I primi anni
Cristina proviene da Arquata Scrivia, “l’ultimo paese del Piemonte”, un dettaglio che tiene sempre a precisare, perché molti lo collocano erroneamente in Liguria. È cresciuta, in un ambiente semplice, figlia di un droghiere e innamorata dei trasporti sin dai primi anni. Fu per seguire suo marito che, appena trasferita a Torino, decide di partecipare al concorso per autista all’ATM. “Ho iniziato a lavorare nel '92, ho fatto il concorso nel '90, e non avendo vinto, a sono rimasta in graduatoria fino all’8 maggio 1992.”
Guidavi il tram sin dall'inizio?
No, io lavoravo in una scuola guida, facevo l'istruttore e guidavo pullman, camion, moto. Ha sempre guidato mezzi, ecc.
Quindi, al momento del tuo ingresso in azienda, c’erano già donne?
In azienda ce ne erano una quindicina. Allora, quando sono entrata ero al deposito Venaria: eravamo 850 uomini e tre donne, di cui una era una manovratrice.
Hai guidato i tram sin dall’inizio?
Volevo guidare il tram ma mi faceva paura perché era un mezzo che io non conoscevo e poi sentivo gli altri dire "noooo, è pericoloso” e poi a me piaceva guidare i pullman. Ma quando hanno iniziato a togliermi gli ammortizzatori e a mettermi i dossi, la mia schiena ha detto “basta!”. Fu allora che ho fatto domanda per andare sui tram e di lì è nato un amore profondo perché poi, alla fine del mio percorso lavorativo, ero solo manovratrice.
Nel corso della sua lunga vita lavorativa Cristina rimane legata quasi ininterrottamente al deposito Venaria. È una delle pochissime ad aver trascorso l’intera carriera nello stesso deposito: si allontana solo durante il periodo dei lavori ai binari di largo Grosseto, quando viene inviata temporaneamente al Tortona. Racconta che il deposito era uno dei più grandi insieme al Gerbido, e che lì molte persone erano “a doppia mansione”, mentre altre, soprattutto donne, lavoravano solo come manovratrici.
Nel deposito in cui lavoravi eravate soltanto tre donne. Com’era la situazione tra di voi?
Andavamo abbastanza d’accordo, ma all’epoca c’erano ancora degli uomini che ti guardavano, come dire, come se fregassimo loro il lavoro. Tanti avevano quella mentalità per cui la donna doveva stare a casa. E allora ti guardavano un po’ storto, ecco, e ti facevano anche poi battutine pesanti. Ma io me le facevo scivolare.
Quindi non è stato così facile…
C'è stata un po' di difficoltà. Io avevo già anche la strada abbastanza aperta perché non ero la prima donna; perciò, ho avuto qualche difficoltà in meno. Logicamente eravamo molto unite perché facevi comunella. Per un periodo, dopo di me, non sono più state assunte altre donne perché avevano bloccato le assunzioni. In seguito, ne sono arrivate parecchie. E facendo gli stessi turni, con lo stesso codice di riposo e soprattutto con i tram che erano meno, allora abbiamo di nuovo fatto comunella.
E invece da parte dei passeggeri, qual era l’atteggiamento di fronte alle donne guidatrici?
Io mi ricordo alcuni episodi di gente che ti vedeva arrivare con il pullman e ti diceva io prendo quello dopo. Io avevo il part time, di conseguenza avevo il turno fisso dal lunedì al venerdì e la mia prima linea è stato il 46. Al primo turno portavo i lavoratori, gli operai dell’Iveco e ce ne era uno che saliva vicino a Mappano. La prima volta è salito, si è guardato attorno ed è sceso. Dopo due o tre giorni ho capito: perché c’ero io. Allora tutte le mattine passavo, accendevo la luce dentro così lui vedeva che ero io e tiravo dritto. Lui gentilissimo, non solo mi salutava ma, ogni tanto, al capolinea di Leinì trovavo il caffè pagato.
Però non saliva…
Però non saliva. Dopo poco più di un anno, in corso Vigevano, si rompe il 49. Visto che io facevo la stessa strada, il graduato fa salire i passeggeri sul mio bus. Caso vuole che ci fosse anche questo signore! E da quella volta si è convinto: dopo appena una fermata, arriva, mi bussa nella porta, (perché all'epoca la gentilezza c'era) e mi dice: “Buongiorno, la signorina che guida bene? Vengo con lei fino al capolinea.” Quella è stata già la mia prima conquista, dell'epoca ATM, perché insomma sono riuscita ad avere un passeggero in più.
C’è qualcosa in cui invece i colleghi uomini ti hanno aiutato?
Sì, parecchie volte. Anzi i colleghi negativi li contavi sulle punte delle dita mentre quelli positivi erano molti di più. Diciamo che ci coccolavano anche un po’ perché se vedevano che eri in difficoltà oppure vedevano gente strana che iniziava ad alzare la voce, venivano subito in soccorso. Poi dipende anche da come ti comportavi.
Quindi tra colleghi era più una questione di comportamento e non di differenza uomo-donna?
Ho avuto alcuni problemi con alcuni subito all'inizio ma perché erano abbastanza inquadrati, cioè quelli che ti guardano e pensano che una donna non possa fare un lavoro maschile. Però già all'epoca ce n'erano pochi di questi. Io mi ricordo una volta in cui un collega mi ha detto "Tu non sei una donna, sei una collega" e lì è stata un'altra mia conquista. Un complimento grande perché mi ha messo nello stesso piano "Beh, allora ho lavorato bene", ho pensato. E questo era proprio all'inizio. Poi ci sono stati gli episodi, dei brutti incidenti e i colleghi sono venuti proprio in mio soccorso nel momento più tragico del mio lavoro.
E in merito all’atteggiamento da parte dei capi invece?
Allora, da parte dei capi alcuni erano un po' scettici, ma soprattutto finché avevamo avuto dei pullman come i 421. Effettivamente era una cosa nuova anche per loro. A me avevano chiesto di rimanere negli uffici nel periodo della gravidanza e anche dopo, ma non era il lavoro che faceva per me. Lavorare negli uffici mi è servito per conoscere tante persone perché ho girato ovunque e ho conosciuto persone diverse e si vede che ho seminato bene perché ancora adesso vado in via Manin ed in Direzione e so quando entro ma non so quando esco perché tutti mi vogliono ancora salutare.
Prime guide sulla 7000, formazione
“Mi è sempre piaciuto il tram, vederlo anche in giro per Torino con la nebbiolina di sera, con le lucine accese... C'è proprio un'atmosfera particolare sia in treno che anche nei tram, ti siedi lì…” Così Cristina descrive la sensazione di lasciarsi andare al ritmo della vibrazione sottile delle rotaie, costante quasi come il respiro e il rumore regolare del tram che accompagna. “E poi guidando ti sentivi importante perché di donne ce n'erano già poche e anche se io non ero una delle prime, ti sentivi abbastanza importante perché anche altri colleghi, non avendo fatto il corso tram, non li potevano guidare.”
Quando sei passata al tram?
Mi ricordo benissimo il primo giorno che ho guidato da sola: sabato 4 ottobre pioggerellina e foglie sulle rotaie. Ero su una 7000 sulla linea 3. A casa avevo detto: “Se arrivo, lasciatemi stare, non salutatemi nemmeno, niente.” La 7000 era già abbastanza impegnativa, passare da Porta Palazzo con le foglie e il terreno umido… e poi la salita di piazza Hermada! Però è comunque andata bene.
Come fu quella prima sensazione?
È stato impressionante perché era una massa non indifferente che si muoveva.
Tu in quanto donna trovi qualche differenza nel rapporto con il pubblico tra bus e tram?
Sì, allora con il pullman sei proprio più a contatto con le persone e te le dicono di tutte. La maggior parte dei giorni sei calma, fai finta di niente, però ci sono dei giorni in cui non riesci a stare zitta, e lì e reagisci e allora inizia il battibecco che si finisce con “Ma tanto alla fine tu non capisci un cavolo perché sei una donna.” Questa è la frase finale di ogni discussione.
Invece con il tram?
Con il tram eri già chiuso, anche con le 2800 avevi già il portellino; quindi, non riuscivano a mettere la testa, mentre con il pullman, anche se c'era la porta, riuscivano a mettere la testa. E anche lì c'erano dei confronti tra uomo e donna, però poi, ci sono dei pro e dei contro. Essendo in poche manovratrici, poi ti conoscono e sanno se tu guidi bene… Mi era capitato una volta di avere un tram che era una cosa tremenda, aveva una frenata veramente lunga, difatti dovevo finire la corsa e rientrare per cambiare veicolo. Alcuni signori tra i passeggeri me l’hanno segnalato ma non hanno dato la colpa a me perché mi conoscevano e sapevano che non era colpa mia.
I TRAM STORICI

La sua carriera non si conclude con un semplice passaggio di consegne. In tutto avrà percorso quarantadue anni di guida pesante, iniziati con piccoli furgoni che richiedevano la patente C, e culminati con i mezzi più imponenti della flotta GTT.
Quale è stato il tuo primo incontro con ATTS, cosa ti ha portato a guidare i tram storici, hai qualche ricordo particolare?
Allora, essendo al deposito Venaria erano già lì, quindi li vedevo e mi piacevano. Allora ho subito fatto domanda, appena un anno dopo della nascita della ATTS. Prima purtroppo non riuscivo, avevo ancora le bimbe piccole, poi anche alle mie bimbe all'epoca piaceva venire in giro con il tram; infatti, ogni tanto "andiamo a fare un giro" e li portavo a fare il giro con il tram.
Hai guidato anche la linea 7 quando era assegnata a Venaria?
Sono stata all'inaugurazione della linea 7! Ho ancora tanti ricordi della linea 7.
E quali sensazioni provi nel guidare i tram storici?
È bellissimo perché allora ti chiedono cose che io non so…"Ti ricordi?" "No, io è solo 30 anni che abito qui" "Eh ma non sei così giovane"- "Sì non sono giovane, ma sono 30 anni che abito a Torino, prima non abitavo a Torino”. E alcuni rimangono un attimino così, però ti raccontano che prendevano il tram “Ti ricordi la linea?” “No, però il tram era così, c'era il bigliettaio” … E in tanti hanno ricordi sbagliati: ad esempio con il tram blu di Roma. "Ah sì, lo prendevo quando andava a scuola." “Ma abitava a Roma? "No, no, abitavo a Torino". Comunque per le persone più tempo ci metti, più sono contenti perché guardano tutto.
Forse per via dei vent’anni alla guida dei tram GTT o forse per via di una sua profonda conoscenza dell’animo umano Cristina è in grado di offrire un profilo dettagliato delle diverse tipologie de passeggero attirati dai tram storici. “Ce ne sono due o tre -racconta- che immancabilmente ogni volta che c'è il Trolley Festival oppure esci con la vettura se ti vedono ti fanno tutte le foto. Io sarei famosissima! Soprattutto quando con la 116 vi sono i manovratori con l'uniforme: li vedi proprio che si fermano e fotografano.”
Vita e lavoro, figli e turni
Al di fuori del deposito, Cristina incarna un percorso personale ricco e variegato. Ad Arquata Scrivia, dove ancora torna, ricordano bene che per un periodo guidò anche lo scuolabus; un mestiere nel mestiere, sempre sulla strada. Molti pensano che provenga da una tradizione familiare di autisti, ma non è così. Le sue figlie hanno preso strade diverse: la maggiore lavora in una carrozzeria, spostando le auto avanti e indietro; la seconda è infermiera al Giovanni Bosco, dopo aver conseguito la laurea e un master per lavorare come strumentista in sala operatoria. Cristina stessa sorride dicendo che quella figlia “me l’hanno cambiata nella culla”, tanto è diversa da lei.
Come era, sia per te che per le tue colleghe, la gestione di casa, figlie e lavoro?
Io ho sempre girato nel “turno gigante”, così riuscivo a gestirmi meglio con i miei turni e quelli di mio marito e ho anche avuto l'aiuto dei miei suoceri. Invece c'erano altre donne, ma anche uomini che avevano un turno particolare, in maniera tale che riuscivano a portare bambini all’asilo. Poi effettivamente c'era anche gente divorziata e l'azienda ti veniva incontro.
Cambio di mentalità, tecnologia, servosterzo
Cristina va in pensione il primo gennaio 2025, dopo una carriera intensissima. Nel tempo, l’organizzazione del lavoro cambia: alcune regole rimangono, altre vengono modificate—come la preconoscenza per i turni serali, che prima richiedeva una comunicazione anticipata e che poi veniva gestita automaticamente.
Dal momento in cui sei entrata, al momento in cui sei andata in pensione, era cambiato qualcosa?
Sì, ormai non guardano più se sei una donna o un uomo, salgono e finita lì. Non c'è più questa distinzione di uomo o donna, ormai è difficile che prima di salire guardino chi c’è alla guida. Forse guardano se fai sempre la stessa linea e ti salutano. Ma salgono indifferentemente mentre prima guardavano. È anche vero che prima, a guidare un mezzo, ci voleva costanza fisica, perché il servosterzo non si sapeva ancora cosa fosse quindi per fare il giro ci voleva forza. Adesso invece, spesso si fa meno fatica a guidare un mezzo di ultima generazione che una macchina.
E invece in relazioni alle dinamiche con i colleghi?
E sai, essendo sempre sui tram con lo stesso turno di riposo, avevo iniziato a conoscere il nome, cognome, viso. Mentre verso la fine eravamo poi tanti che di alcuni conosci solo il nome, di altri solo il cognome, e di altri ancora solamente il viso. Sai che è un collega, vai anche a prenderti il caffè assieme, ma dopo un po' ti chiedi “Com'è che si chiama?” E non lo sai.
Guardando indietro, Cristina racconta che ha passato circa vent’anni esclusivamente sui tram. Sono stati gli anni più intensi della sua vita professionale: un mondo tecnico, disciplinato, a tratti duro, ma capace di restituire appartenenza e riconoscimento. Una storia di costanza, di adattamento e di identità costruita nel tempo, sempre tra rotaie, depositi e colleghi.


