Quando andavi a scuola, certamente eri tra gli ultimi in ordine alfabetico per il tuo cognome, ma poi, nella tua vita lavorativa sei stata spesso la prima, una apripista. Hai voglia di raccontarti un po'?
Si, io studiavo, ma a un certo punto mi sono resa conto che volevo darmi da fare in un altro modo. Lo sbocco naturale dei miei studi sarebbe stato l’insegnamento, ma non ero molto attratta, volevo qualcosa di più concreto, e allora ... ho preso le patenti superiori, la D e la E, ed anche l’abilitazione alla guida in servizio pubblico, che allora si chiamava CAP. In questo mi ha aiutato, ma non condizionato, l’ambiente familiare: mio padre era autista, per cui, “l’aria di Deposito” l’ho respirata sin da piccola. Vedevo la fatica, i turni, le feste e le vacanze da organizzare in base ai “codici riposo”, o per noi bambini con il CRAL ATM, insomma, conoscevo l’ambiente. E poi mi presentai al concorso.
C’erano altre donne con te?
No, sicuramente no. Io sono stata la prima autista bus assunta da ATM: 1978; e, bada bene, non soltanto autista! A quel tempo, il concorso prevedeva due prove pratiche: una di guida e una come elettrauto, perché si voleva mantenere un “serbatoio” di possibili operai. Io di elettricità e simili capivo poco, ma superai la prova credo per un ragionamento logico: si trattava di accendere una lampada, un faro, collegando i fili giusti, e ce l’ho fatta. Entrai in graduatoria, e venni assunta in prova come autista. Giorni di addestramento alla guida, con il Graduato a fianco. Bus di vecchia generazione: con le marce, poco servosterzo, alcuni semiautomatici, altri no. Ricordo bene i 421 Iveco, un incubo con la strada bagnata. Ma ho provato quasi tutti i mezzi del parco autobus di allora.
Quando hai iniziato a guidare in servizio di linea, ricordi le sensazioni?
Panico. Quella notte non ho dormito. Il primo giorno da sola, senza il Graduato a fianco. Avevo un turno di pomeriggio, iniziavo sulla vecchia linea 63, e quindi dovevo affrontare il primo dei miei incubi: l’attraversamento dei portici. E’ difficile, anche se i Graduati e i colleghi anziani mi avevano spiegato il trucco: tenere il piantone del volante sulla rotaia, così vai dritto e tutto fila liscio, non prendi il muro dei portici, come spesso è successo, forse succede ancora a qualcuno. Quel giorno poi, con quella linea, ne dovevo passare ben due, e attraversare Corso Vittorio Emanuele II. Andò tutto bene per fortuna.
L’altro incubo?
Quello, in Deposito, se la vettura andava parcheggiata sulla fossa di lavorazione. Anche lì le misure devono essere esatte, per non caderci dentro.
E i passeggeri?
Ah! Un bel capitolo! C’era gente, all’inizio, che metteva un piede dentro la vettura, mi guardava e scendeva. Perché ero una donna, immagino.
Ora ne ridi, ma allora, faceva male?
Non più di tanto: io ero e sono chi sono, anche se i passeggeri non si fidavano. Quello che mi fece più male fu invece l’atteggiamento di un capo, un Graduato, che in Piazza Sabotino salì sulla vettura, mi prese per un braccio davanti alla clientela e mi fece scendere dal mezzo: non sapeva che c’era una donna alla guida!
Ma scusa, eri in divisa! Chi pensava che fossi!
Non lo so, secondo me a prescindere non credeva fossi capace di guidare.
E con i colleghi invece?
Mai avuto grossi problemi. Forse con qualcuno, al Deposito San Paolo dove ero assegnata, all’inizio ci fu un po' di attrito. Ma ricordo che un giorno, al capolinea di una linea che avevamo in comune con il Deposito Venaria, ad uno scambio di battute da parte di quelli del Venaria, quelli del San Paolo presero le mie difese, stavano dalla mia parte.
Quanto tempo sei rimasta alla guida?
Dal novembre 1979 ad Aprile 1981, quando ho vinto il concorso interno per Impiegati di Deposito. Anche lì, ero l’unica donna presente, e molto presente come donna. Dato che ero incinta di nove mesi: mio figlio nacque il giovedì successivo a quella prova, quattro giorni dopo.
Tutto un altro mondo, vero?
Certo. L’impiegato di Deposito, come si chiamava allora, era il vero interlocutore di prima linea con gli autisti: non gerarchicamente, i loro Capi diretti erano altri, ma per risolvere problemi – ad esempio la necessità di un cambio turno, aspetti di “vita”, non quelli operativi durante il servizio – il loro riferimento eravamo noi, gli Impiegati di Deposito, prima ancora del Capo Deposito, che vedevano di rado, e men che mai della “Direzione”, che era un’entità distante.
Quindi sei stata anche la prima Impiegato di Deposito, giusto? Un altro primato...
Si, prima al San Paolo, dove conoscevo tutti, e poi, all’apertura del nuovo Deposito, lì, al Gerbido. Cosa che complicò non poco la mia vita familiare, essendo molto distante da casa ed avendo i bambini piccoli. Ma non chiesi nessuna agevolazione. Andai, e lavorai. Attaccavo le ore di allattamento alla pausa pranzo.
Da lì, il passaggio al Coordinamento Depositi, giusto? Una struttura che era nella Direzione centrale di Corso Turati.
Si. Ricordo che il Capo Deposito del Gerbido di allora, brava persona, di solito un po' brusco, mi disse che se volevo rimanere lì lui era contento. Questo mi fece un piacere immenso, proprio perché era una persona di poche parole e ancor meno complimenti. Ma la prospettiva di avvicinarmi a casa, ed avere anche altri orari – in Deposito di facevano i turni, ed anche i sabati e domeniche, come gli autisti – era troppo allettante. E quindi andai.
Che ambiente hai trovato? Anche lì molto “maschile”, vero?
Si, ma io credo che lavorando in sinergia, tutti insieme, il genere della persona non conti più di tanto: gli altri ti vedono come tu ti senti, e ti considerano collega, o capo eccetera, indipendentemente dall’articolo che metti davanti, se “un” o “una”.
Il tipo di lavoro è cambiato?
Moltissimo. L’obiettivo di quella struttura era predisporre la sequenza dei turni, con il necessario anticipo (allora, erano tre giorni) in modo che ciascun Deposito, sulla base di quei dati, potesse realizzare la “copertura del servizio”, cioè avere effettivamente le persone assegnate a ciascun turno. E’ un lavoro complesso, ma molto teorico, senza contatto diretto con le persone, come invece era in Deposito. Non si trattava più di “gestire” le persone, ma quello che viene prima. Al Coordinamento competeva anche tenere conto di turni speciali quali i turni fissi, regolati da appositi accordi sindacali, e situazioni normative in genere, cioè i vicoli legali e contrattuali nella “costruzione” dei turni di servizio.
E poi ne sei diventata Responsabile... Un altro “primato”: segno?
Mi fai ridere... si, è vero. E sempre solitaria, come donna. Certo c’erano altre colleghe, anche nella Struttura Esercizio, senza contare gli altri uffici della Direzione.. c’eri anche tu.. ma con altri compiti.
Si, se me lo lasci dire, io a mia volta ero parte degli “Uomini delle Risorse Umane”: allora era così, hai detto bene, non conta il genere, ma quello che si fa.
E poi un’altra svolta per te: Customer Service Manager, cioè, in estrema sintesi, quasi quello che prima si chiamava Capo Deposito, giusto?
Si. Nel 1999, una nuova organizzazione aziendale operò questa trasformazione. Io divenni responsabile del Deposito Venaria. Il che significava essere responsabile dell’efficienza del servizio, e soprattutto, dei “capi” degli autisti, non soltanto di loro.
Come definiresti quella esperienza?
Con una sola parola: BELLA.
Poi arrivarono le Olimpiadi invernali, fu necessario creare un coordinamento dei servizi di trasporto per le varie località Olimpiche, ed io cambiai lavoro un’altra volta.
Hai qualche ricordo divertente, un aneddoto, di tutte queste tue esperienze?
Guarda, un giorno è successa una cosa buffa, mentre ero al Coordinamento: entra un Ispettore della Centrale Operativa SIS, che all’epoca era nello stesso stabile, poi il SIS andò al Deposito Nizza. Comunque, entra in ufficio questo Ispettore, io ero con una collega, donna. E l’Ispettore dice: ”avrei da raccontare una barzelletta un po' sconcia, ma forse si può offendere la signora...” indicando non me, ma la mia COLLEGA!
Ti ringrazio molto per questa chiacchierata, e per i tuoi “primati”; hai una frase che ti rappresenta, sintetizza quello che è stato il tuo mondo?
Si, e mi rappresenta ancora oggi anche se non lavoro più: “essere rimasta sempre la stessa, accettata per quello che ero”. Non ho mai gareggiato per essere la prima: è successo.
Grazie ancora Tiziana. Andiamo a prendere il tram?
Si, volentieri, anche se non l’ho mai guidato in servizio.
Allora questo è un primato che ti manca!

L'interno del deposito San Paolo

